_25 aprile 2020

BATTISTA GARAVELLI (Romano di Lombardia 1923 – Monte Grappa 28/09/1944)

Testimonianza di Colomba Garavelli (sorella di Battista) raccolta dagli alunni della Scuola Media “E. Fermi” di Romano di Lombardia, marzo 1995

“La notizia della morte di mio fratello è stata data alla mia famiglia la sera stessa della fine della guerra (n.d.r.: la data non corrisponde a quella della presunta morte) tramite un biglietto che ci ha dato un camionista di passaggio a Romano. La mattina dopo mia mamma ed io siamo andate in treno fino a Brescia, poi da lì abbiamo raggiunto a piedi Cornuda (provincia di Treviso), chiedendo da dormire ad alcuni contadini lungo la strada. Arrivate a Cornuda, siamo andate con il parroco al cimitero, ma non abbiamo potuto riconoscere mio fratello perché il suo corpo era già stato sepolto insieme a quello di altri tre partigiani, impiccati alcuni giorni prima in seguito ad un rastrellamento. Io, allora, avevo dodici anni, ma ricordo come fosse oggi che sulle quattro tombe non c’erano fotografie, ma solo bellissimi fiori, segno che la gente si era commossa per la loro morte. Dopo aver ricevuto dal parroco la cintura e la corda con cui era stato impiccato Battista siamo entrate in un’osteria dove una, ragazza ci ha chiesto di dove eravamo perché le nostre facce le ricordavano qualcuno.  Abbiamo risposto “Noter an ve de Berghem” e che eravamo lì per il riconoscimento del Garavelli. Allora lei ci ha detto che mio fratello non era fra i morti di quei giorni perché lei, che lo conosceva, non aveva visto il suo corpo fra le salme del cimitero. Dopodiché siamo ritornate dal parroco a riconsegnare la corda e la cintura perché non volevamo portare a casa oggetti personali di qualcun altro (n.d.r.: per lo stesso motivo la famiglia non ha mai provveduto a trasferire la salma a Romano).Tornate a casa, abbiamo  continuato  a cercarlo, aiutati dal Comune, dai Carabinieri  e dall’on. Brighenti, ma “del me Gì (n.d.r.: così era chiamato Battista dai familiari)  an ghà troat piö negota”. E pensare che per non fare il soldato si era nascosto a Soncino nel fienile dei miei parenti, ma uno di Romano “al ghà facc la spia” e così è finito prima in una caserma a Bergamo, poi a Milano dove l’abbiamo visto per l’ultima volta su una tradotta diretta in Veneto. Abbiamo, invece, capito che era diventato un partigiano da una lettera che ci aveva scritto e nella quale c’era un’immaginetta della Madonna, che mia madre, alla sua morte, ha voluto nella cassa, insieme a tutto ciò che potevo ricordarle suo figlio. Non per dire, ma mio fratello “l’era on bel zuen” con tanta voglia di lavorare, e tutti gli volevano bene: “el preost de Comudú” ci ha detto che gli aveva aggiustato il tetto della chiesa e aveva fatto arrivare l’acqua dalla montagna al paese perché era un bravo fabbro. Per me non è mai morto, è sempre presente nei miei pensieri e spero, anche se è impossibile, di rivederlo un giorno”.

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